RIBELLI

La notte del 1° gennaio del 1994, mentre il mondo occidentale stava festeggiando il capodanno, un nutrito gruppo di indigeni di origini maya, armati in modo alquanto approssimativo e che dichiaravano di appartenere all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, osarono sfidare il governo messicano occupando numerose città e villaggi del Chiapas.

Gli indios erano improvvisamente usciti dalla storia precolombiana per entrare nella modernità del mondo contemporaneo e dare vita ad una lotta per la dignità e per il rispetto dei diritti di gente che da ormai cinquecento anni subiva soprusi di ogni genere.

Quando, all’inizio del 1994, cominciai a leggere i primi comunicati della rivolta zapatista partita dalla Selva Lacandona, in Messico, capii subito che stava accadendo qualcosa di straordinario e dovevo assolutamente raggiungere il Chiapas. Ricordo perfettamente quei momenti quando lessi “Nel nostro cuore c’era tanto dolore, tanta era la nostra morte e la pena che non entravano più, fratelli, in questo mondo che i nostri antenati ci hanno dato per continuare a vivere e a lottare …. Che la voce del sangue che ci ha uniti quando la terra e i cieli non erano di proprietà di grandi signori ci chiami un’altra volta, che i nostri cuori uniscano i nostri passi, che i potenti tremino, che si rallegri il cuore del piccolo e del miserabile, che abbiano vita i morti di sempre.”

Riuscii con non poche difficoltà, superando i reparti militari dell’Esercito Federale Messicano, ad entrare nella Selva Lacandona ed arrivato al primo avamposto dell’Esercito Zapatista decisi di scrivere, nella speranza che mi facessero entrare, una lettera al Sub Comandante Marcos. Attesi due giorni, trovando riparo in una capanna che gentilmente mi misero a disposizione, quando finalmente mi vennero a prendere per portarmi da Marcos.