Culto dei morti in Messico

2004-019-24

Noi che viviamo ancora sulla terra

ci rivolgiamo a quelli che stanno sotto terra,

vicino alle radici degli alberi, tra essi,

con essi, formando parte di essi,

vegetali che vedono, sentono, odono,

e che chiamiamo morti perché così li chiamano.

(Miguel Angel Asturias – poeta maya)

L’odore e il colore sono inconfondibili: forti e penetranti. E’ la fine di ottobre, periodo di raccolta del cempasùchil, cempoalxochitl in lingua nahuatl, che significa «la flor infinita», il fiore dagli infiniti petali. La relazione che lega il dìa de Muertos, il giorno dei Morti, e questo fiore affonda le sue radici in epoca preispanica. Quando i mercati iniziano a riempirsi di questi fiori giallo ocra è il segnale che ci avvisa dell’arrivo della festa di chi ci ha lasciato.

E’ impossibile raccontare i mille diversi modi in cui ogni comunità del Messico indigeno celebra i giorni dedicati ai morti, los dìa de muertos, ma in ognuno di essi sono evidenti sia i tratti precolombiani del culto dei morti, che quelli ispanici eredità della conquista. Nei giorni immediatamente precedenti la celebrazione, ogni famiglia si preoccupa di ripulire le tombe dalle erbacce, per renderle presentabili nel giorno della festa. Le donne si incaricano di cucinare i piatti più prelibati desiderati dai parenti defunti quando erano in vita. Il tempo profano del sudore e del lavoro viene in questo breve periodo interrotto per dare spazio al tempo consacrato al ritorno delle anime degli antenati.

Finalmente nel giorno dedicato ai morti, tutte le famiglie si recano al cimitero per attendere l’arrivo delle anime, portandosi dietro grandi quantità di frutta, le vivande cucinate, pan de muertos, mezcal, aguardiente, candele e ogni altro ben di Dio. Le tombe vengono ricoperte di fiori, di doni e di candele. Il fumo dolce del copal sale da centinaia d’incensari disposti intorno alle tombe. Al calare del sole il cimitero viene avvolto dall’oscurità e migliaia di candele iniziano a brillare. Centinaia di volti indigeni, raccolti intorno alle tombe, vengono illuminati dalla loro luce tremolante. Tra fiori, candele e copal, bambini, donne e uomini, seduti o sdraiati in terra conversano, mangiano, cantano e ridono, bevendo aguardiente o mezcal.

I doni disposti sulla tomba sono una sorta di invito al defunto a «venir a la casa, como solia hacerlo antes de morir; allì han puesto una mesa en el màs bonito rincòn. Te estamos esperando» ( venire a casa, come facevi prima di morire; abbiamo preparato la tavola nell’angolo più bello della casa. Ti stiamo aspettando). A Yolotepec, nello stato di Oaxaca, oltre a preparare l’ofrenda, ripulire le tombe e bagnarsi in un ruscello come atto di purificazione, si adornano degli altari dedicati al Sole e alla Luna, affinché questi vigilino per un tranquillo ritorno e successiva dipartita delle anime dalla terra.

Il sole e la luna rappresenterebbero l’equilibrio cosmico e vengono invocati affinché questo equilibrio, interrotto nei giorno del dìa de Muertos, si possa subito dopo ristabilire, ritornando quindi dal caos all’ordine. Per alcuni l’arrivo delle anime dei morti rappresenterebbe la notte cosmica, dominata dal caos, dove le forme si perdono e i contorni svaniscono. Il ritorno degli spiriti tra i vivi significa che il confine tra la vita e la morte è stato annullato; indica che ci troviamo in uno spazio, che potremmo definire liminale, dove regna la confusione, dove non c’è più distinzione tra i due mondi, fino a ieri separati.

Nella celebrazione che si svolge presso Acatlàn, Puebla, la danza finale della festa si conclude con l’uccisione simbolica di un giaguaro che rappresenta Tezcatlipoca, che nell’universo preispanico simboleggia le forze notturne. Con il ristabilimento dell’equilibrio cosmico il mondo è pronto per rinascere alla vita. Si congedano i morti, che partono soddisfatti delle offerte, a parte le anime ignorate che sicuramente negheranno i propri favori a chi li ha dimenticati.

La cerimonia del dìa de Muertos non è, come superficialmente si potrebbe supporre, un tributo alla morte, ma alla vita; o meglio un tributo al vincolo che lega la morte alla vita in una eterna circolarità di morte e rinascita.